domenica 26 dicembre 2010

drabble su Sissi

Autore: Diana924 ( ovvero io su EFP)
Titolo:Drabble su Sissi

Personaggi: Elisabetta von Wittlasbach, duchessa in baviera, imperatrice d'Austria, regina d'Ungheria, etc..
Genere: Generale, Introspettivo, Malinconico
Rating: Verde PT
Avvertimenti: Drabble
Introduzione: piccola drabble su Sissi, per ricordarla il giorno del suo compleanno, 25 dicembre


Chi sei veramente? Sei l’imperatrice d’Austria, la moglie di Franz e la madre dei suoi figli? Sei la piccola duchessa in Baviera che cavalca incurante di tutto e di tutti? Sei la figura romantica che non trova pace o al donna isterica che non vuole trovarla? Sei la sorella affettuosa dei tuoi fratelli e sorelle, o una pazza che si sta distruggendo a forza di diete e altre manie? Sei l’adorata regina degli ungheresi o un modello per le altre regine? Sei Sisi, Elizabeth, Erzabet? Chi sei veramente? La poetessa o la regnante? La viaggiatrice o la malata? Chi sei?

lunedì 20 dicembre 2010

il bakeneko

Autore: Diana924 ( ovvero io su EFP)
Titolo:Il bakeneko

Personaggi:OC di mia crezione
Genere: Horror, Mistero

Rating: Giallo, PG
Avvertimenti: One Shot

Introduzione:  Billie si trova in Giappone per lavoro,non sa ancora di quello che le capiterà quando dovrà verificare una vecchia leggenda...
La storia, a cui sono molto legata, è stata tral'altro pubblica nel volume antologico: Storie di donne. E su EFP ha avuto 2 recensioni. Ecco il testo:

Mi trovavo in Giappone per due motivi: visitare la terra di mio padre e per scrivere il mio primo articolo. Infatti, ho iniziato da poco a scrivere per una testata locale: il “ Sant Antonio Tribune ”, per cui anche mia madre scriveva. Durante la guerra, mio nonno, Sean McCormik, aveva conosciuto una giapponese, Chio Chang, mia nonna, si erano sposati e trasferiti in America. Venticinque anni dopo mia madre, durante un viaggio per festeggiare la fine dell’Università aveva conosciuto Takeshi Addo, mio padre. Stessa vicenda identica a quella del nonno e della nonna, mio padre a Sant Antonio avrebbe aperto un ristorante giapponese, e ancora,malgrado siano passati ventiquattro anni, si ostina a non voler parlare inglese, lo legge, ma preferisce di gran lunga la sua lingua. Se deve dire qualcosa a mio nonno, mi usa come “piccione viaggiatore”. In ogni caso, la mia era stata un’infanzia felice, e ora a ventiquattro anni, ero finalmente nel Paese di cui mia nonna cantava le lodi. Arrivata in albergo chiamai mia madre e le chiesi di chiedere ad Arold, il direttore, su che cosa si doveva basare il mio articolo.
Mi rispose che il mio pezzo doveva trattare del rapporto tra i gatti e il popolo giapponese, comprese le numerose leggende, anzi, soprattutto quelle. << Ora iniziamo anche a scrivere di leggende? Credevo che il nostro fosse un giornale serio >>.  << Capisco il tuo risentimento, ma è questo quel che vogliono i lettori, emozioni forti >>. Riattaccai e mi misi a cercare su Internet le notizie generali, e m’imbattei in una leggenda alquanto bizzarra. Si trattava del bakeneko, il gatto fantasma, il sito affermava che i bakeneko erano o lo spirito di un gatto che non si voleva separare dal padrone o si trasformavano se erano troppo anziani. Una cosa in particolare mi sorprese: chi curava il sito giurava che un bakeneko viveva in una casa di Tokio, ad Ikebukoro, vicino la fermata del metro. Mi venne da ridere, si è mai sentito di uno spirito che decide di abitare vicino ad una stazione del metro! E’ anacronistico ma efficace. Mi ripromisi di andare a controllare e dopo chiamai mia nonna al telefono. Come il solito la nonna non rispondeva al primo squillo, diceva che portava sfortuna, ma al decimo, e iniziava tutte le conversazioni telefoniche con: << Sono Chio, ho settantasei anni e in Giappone facevo l’infermiera, tu chi sei? >> << Nonna, sono io, Billie, sono vent’anni che dici quella frase, per questo papà ti comprò tre anni fa un cordless >> le risposi. << Billie, allora, ti piace la terra di tua nonna e di tuo padre? >>, la nonna è sempre stata sincera e odia le frasi di circostanza. << Il Giappone è fantastico: nonna, che cosa sai della leggenda del bakeneko? >> le chiesi, ora o mai più. << Il gatto fantasma? Ricordo che mia madre mi raccontava che era lo spirito di un gatto, che poteva camminare anche sulle zampe posteriori e che quando prendeva sembianze umane manteneva qualcosa di felino. Ne ero terrorizzata >>. Dopo aver riattaccato, con la promessa di tenerla informata, mi misi direttamente a dormire. Quella notte feci un sogno bizzarro: vedevo davanti a me una casa e qualcuno che mi faceva segno di entrare, io muovevo i primi passi in quella direzione, ma dopo poco giravo su me stessa e iniziavo a correre, mentre correvo sentivo degli strani suoni, a metà fra delle parole e un miagolio soffocato. Mi risvegliai in preda ad un gran terrore, siccome erano già le sei di mattina ritenni inutile tentare di riprendere sonno. Così presi un libro che mi aveva consigliato mia madre: “ Memorie di una Geisha ”. In capo a mezz’ora ne avevo letto quarantacinque pagine, e pensare che sono una lettrice molto lenta, di solito.
Alle sette mi preparai e scesi nella hall per la colazione. Dopo chiesi ad un fattorino dove si trovava Ikebukoro e con che linea della metro ci si arrivava. Avrei dovuto cambiare la metro soltanto una volta, ciò mi confortò.
Impiegai un’ora ad arrivare a destinazione, e quando domandai dove si trovava la famosa casa soltanto una bambina, subito dopo ceffonata dalla madre in preda ad una crisi di terrore, m’indico la strada.
La casa era semplice ed assolutamente anonima, ma al contempo sembrava che sprigionasse qualcosa di non ben definito, ma non per questo meno terrificante. Mentre estraevo la macchina fotografica per scattare delle foto, sentii un rumore, come di una finestra che si apriva e dopo di un salto. Mi spaventai, ma subito dopo minimizzai, poteva essere stato il vento. Udii dei passi e subito dopo vidi un uomo. Era circa sulla trentina, alto, sicuramente un occidentale, capelli neri corti e un completo che mal si adattava al periodo dell’anno. Aveva in sé qualcosa di nobile e di sfuggente al tempo stesso, come i gatti persiani. Mi vide e sorrise, ma con un sorriso strano, sembrava un predatore che ha appena puntato la preda e si appresta a darle la caccia. Gli sorrisi a sua volta e iniziammo a parlare. Mi disse che si chiamava Georges Sainclair, di avere trentun’anni e di fare l’agente immobiliare. Era entrato nella casa perché la sua agenzia era stata incaricata di venderla. << Quella? – domandai - ma se è stregata, secondo i vicini ci abita uno spirito, e tu e la tua agenzia volete venderla! >> esclamai. << Non mi dirai che credi a queste leggende, una bella ragazza come te, nel XXI secolo che crede alle vecchie leggende? >> ribatte lui ironico, sfoderando un sorriso misterioso che mi sorprese. I suoi denti erano bianchissimi, ma irregolari, sembravano quelli di un gatto. Dopo un po’ gli suonò il cellulare, e mi resi conto che parlava una lingua strana. Finito di parlare mi disse che era coreano, il suo capo infatti parlava quella lingua. Mentre lo salutavo, mi chiese se volevo accettare un suo invito a cena. Mi sorprese e gli assicurai che accettavo. Mi disse: << Ci vediamo qui alle sette, sii puntuale, ok? >>
Durante il resto della giornata fui molto nervosa, mi recai in biblioteca a cercare delle informazioni sui gatti nella cultura giapponese, e tornata in albergo chiamai mia madre e mia nonna, non so il perchè, ma non dissi a nessuna delle due che di lì a poco sarei dovuta andare a cena con un tizio che non conoscevo per niente. In ogni caso per le sette ero vicino la casa, ad aspettarlo. I miei pensieri correvano a Georges, a com’era stato gentile, ai suoi modi ricercati, al suo buon gusto, ma anche ai suoi misteriosi tentativi di evitare domande personali e a come sembrava godersi il sole, ancora un po’ e avrebbe fatto le fusa; e a come doveva essere stato agile a saltare da una finestra al secondo piano e atterrare intero.
Apparve, questa volta uscì dalla porta principale, puntualissimo. Si era cambiato e ora indossava un completo molto elegante, appena mi vide mi sorrise, lo stesso sorriso di prima, ma c’era qualcosa d’inquietante. Il ristorante era molto carino, mi sorprese quello che mangiò, sembrava una dieta più adatta ad un gatto che ad un essere umano.
Per il resto fu di una cortesia esemplare e continuò ad evitare le mie domande sulla sua famiglia. Al caffè, che non toccò, mi decisi e gli feci una domanda che da un po’ mi ronzava in testa: << Questa mattina, come hai fatto a saltare dal secondo piano e a non romperti niente? Anzi ad apparire in meno di cinque secondi davanti a me? >>. << Abilità, faccio molta palestra e cerco di tenermi in forma, non era la prima volta che saltavo da quella finestra >> ribatté lui, aveva una risposta per tutto, ma i miei dubbi restavano. Dopo mi riaccompagnò in albergo e mi salutò dicendomi che l’indomani aveva parecchio da fare e che quindi si doveva alzare presto.
Il giorno dopo sul giornale lessi una notizia spaventosa: un’intera famiglia era sta massacrata da un ignoto che era entrato nottetempo, solo la figlia della coppia, di tre anni era stata risparmiata. Guardando la foto riconobbi la bambina che mi aveva consigliato dov’era la casa. Il particolare strano era che i resti dei genitori erano quasi irriconoscibili, come se qualcuno li avesse mangiati. La bambina, interrogata dalla polizia, continuava a dire una sola parola: << Neko, neko!!! >> ovvero “ il gatto, il gatto ”. Fu in quel momento che ripensai a tutte le coincidenze che mi erano capitate in quei giorni: la casa, la bambina, Georges e la sua bizzarra agilità, il suo aspetto fisico, i suoi denti, la sua dieta, e soprattutto capii che il famoso impegno era stato quello di massacrare chi aveva fatto la spia e aveva rivelato dove viveva. Ma aveva risparmiato la bambina, come per far capire che la morte era una punizione troppo tenera, la peggiore era quella di credere che i genitori fossero morti per quello che aveva fatto, indicare una casa ad una sconosciuta, e di farla sentire colpevole per il resto della sua vita.
D’impulso presi il cellulare e chiamai Georges, ma una voce mi disse che il numero era inesistente, cosa che mi spaventò, ma non molto.
Fu dopo che fui presa da un autentico terrore, quando chiamata la sua agenzia, mi dissero che nessuno là dentro aveva mai sentito nominare Georges Sainclair.
Molte domande iniziarono a circolare nella mia testa: uno ero stata fortunata perchè per il momento mi aveva graziato, due sapeva dove abitavo, tre era uno spirito, quattro poteva cambiare aspetto quando voleva, cinque sicuramente era nei suoi piani l’idea di mangiarmi, come aveva fatto con quella sventurata famiglia. Pensai anche a comunicare alla reception che volevo restare sola, ma ciò non escludeva che con una scusa lui poteva entrare. Per tre infernali minuti riflettei accuratamente e alla fine me ne venne soltanto una: non sono mai stata una fifona, perciò sarei tornata alla casa, avevamo di nuovo appuntamento lì, e avrei cercato di affrontarlo. Infatti mentre mi facevo la doccia squillò il telefonino, era mia nonna, la salutai e l’aggiornai sulle ultime novità che riguardavano il mio articolo e le annunciai che oggi sarebbe stato l’ultimo giorno e che domani sarei tornata negli Stati Uniti. << Ma perché cara? Il Giappone è bellissimo, resta ancora altri due giorni almeno, tanto questo è un viaggio che ti paga il giornale, puoi restare quanto vuoi >>. mi rispose lei. << E’ meglio di no nonna, mamma ieri mi ha detto che Arold aveva paura che a lavoro mi considerassero una raccomandata e lui stesso mi aveva caldamente consigliato di rientrare appena il mio pezzo fosse finito >>. Mia nonna cedette. Avevo appena posato il cellulare che riprese a suonare. Era lui.
<< Ciao Billie, mi chiedevo se potevi passare vicino la casa, è molto importante per me vederti >>. ora capii il suo piano: aveva cercato di sedurmi in vari modi, ma lui non si era innamorato di me, mia nonna mi raccontava che gli spiriti sono incapaci di provare quei sentimenti che per noi sono normali, l’amore e l’odio per esempio. Mi aveva visto fin dalla prima volta come una preda, qualcosa da mangiare, e per riuscirci aveva adottato questa strategia. Ma c’era un problema: qualcuno aveva parlato e aveva rivelato dove viveva, così lui aveva risolto il problema alla radice, uccidendo quella famiglia e risparmiando soltanto la bambina, per farle capire che se ci fosse stata una seconda volta lei doveva restare zitta e ferma. Fu con questi pensieri che giunsi all’appuntamento.
Era là come due giorni fa, con lo stesso abito, e il vederlo mi provocò una vertigine di paura allo stato puro.
 Si avvicinò e prima che potesse dirmi qualcosa lo anticipai. << So chi sei, o che cosa sei e che cosa hai fatto ieri notte >>, semplice, senza girarci attorno. << Brava, un applauso alla tua bravura, ma dimmi, non hai paura di me ora che sai che non sono umano? >> << Un po’ si, lo ammetto, ma ti voglio chiedere due cose: mostrati nella tua vera forma e fammi vedere l’interno di questa casa! >> esclamai. << L’ultimo desiderio del condannato a morte, eh? - replicò lui - va bene, ti accontenterò >>. Così sì “ trasformò ”, anche se credo che questa parola non dia pienamente l’idea di ciò che vidi. In ogni caso dopo tre secondi di fronte a me c’era un gatto, che si muoveva a due zampe, ed era alto un metro e mezzo. Giunti alla porta stando dritto mi disse, con la stessa voce di prima, ma con un miagolio che non riusciva a celare, se potevo aprire la porta. Ubbidì.  Quello che vidi mi paralizzò: decine d’ossa bianche spolpate giacevano alla rinfusa sul pavimento, qualcuna era aperta e il midollo era stato succhiato. << Ho visto – dissi - un’ultima cosa, puoi tornare umano? >> << Non vedo perché non ti dovrei accontentare >> replicò.  Non sapeva che mi ero cautelata e che avevo nascosto un coltello, comprato, mentre raggiungevo la casa. Non appena si ritrasformò lo colpì, fortunatamente gli recisi una vena. Poi, ricordandomi del sogno feci dietro-front e fuggii. Appena fuori, chiusi la porta e poi non mi girai più indietro. Arrivai all’albergo sventatissima, presi le valige e corsi all’aeroporto. Ora mi trovo a casa mia e mi sento braccata da nemici invisibili, ho paura del buoi e sobbalzo appena sento un rumore. Bussano alla porta e devo andare a vedere chi è…

 

martedì 14 dicembre 2010

Questa  è la mia seconda storia

Autore: Diana924 ( ovvero io su EFP)
Titolo: Island

Personaggi:OC di mia crezione
Genere: Horror, Mistero, Sentimentale
Rating: Giallo, PG
Avvertimenti: One Shot

Introduzione:  Re dei topi, una creatura mostrousa, è ritenuto una leggenda, e se non fosse così....
Ho scritto questa shot due anni fa, ispirata dalla leggenda tedesca del Re dei topi, purtroppo l'articolo è disponibile solo in inglese. La Storia si svolge a Basilea, il perchè è nella storia. Naturalmente anche questa storia si trova su EFP: Il Re dei Topi, dove ha ottenuto una recensione

Ecco il testo:

A: gbiro@ hotmail.it
Da: bgemelli@hotmal.it
Oggetto: Il re dei topi
Allegato: File foto          

Messaggio: Ciao Giuseppina, sono appena tornata dalla biblioteca, e mi sto preparando per il concerto di stasera, non posso perderlo.
In ogni caso ti devo raccontare una certa cosa. Come già sai per motivi di studio, mi sto per laureare in antropologia, mi sono dovuta trasferire per un semestre in Germania, a Monaco di Baviera.  Mi sarei dovuta recare a Basilea, in Svizzera, per una conferenza tenuta dal mio relatore, Thomas Kaufmann, che voleva che gli facessi da assistente. Così dopo aver bevuto un caffé nel mio bar preferito, il Gestatte, mi sono diretta all’università. Ho trovato il professor Kaufmann seduto alla sua scrivania che correggeva dei compiti. Mi vergogno a dirlo, ma io e il professore avevamo una relazione; mi hai già assicurato che mi devo rassegnare, che lui non lascerà mai la moglie; la odio, quella francese, Nicole; ma che posso farci, te l’ho detto quest’estate, io senza amore non ci so stare. << Vieni Barbara, vieni >> mi ha detto, parla un italiano perfetto, con un po’ d’accento, ma che ci vuoi fare, nessuno è perfetto. Solo quel giorno, sei giorni fa, ho saputo su che cos’era la conferenza, pensa tu; una ridicola conferenza sul Re dei topi. Si, quello dello Schiaccianoci. Il temibile topo a sette teste goloso di carne umana. Devo dire, che lì per lì mi sono messa a ridere, dov’è finito la razionalità dell’Ateneo, se dovevamo andare ad una conferenza su un personaggio delle fiabe.<< Non sono leggende, Barbara, ci sono diversi fatti a dimostrazione >> mi ha detto. << Mi sembra impossibile che possa nascere un topo con sette teste, ed improbabile che sopravviva fino all’età adulta >> ribattei testarda. << Ascolta, poi potrai darmi anche dello stupido, non m’importa- mi disse, e ascoltai- , ma prima senti. Nel 1751 a Basilea, sì proprio dove andiamo,fu trovato in una cantina vicino un magazzino qualcosa che spaventò a morte chi era venuto a vedere di cosa si trattava. Si rivelò essere un gruppo di tredici topi, uniti per la coda, in un viluppo inestricabile. Non sembravano dei topi costretti da una condizione fortuita, ma una creatura unica, visto come tentavano di fuggire >>. << Interessante, ma ci sono delle prove? >> dissi, sono sempre stata una scettica. << Purtroppo no, perchè quella “ cosa ” fu immediatamente data alle fiamme, quindi niente prove, mia cara. Sennonché io ho visto un Re dei topi d’undici esemplari nell’ex gabinetto di magia di Rodolfo d’Asburgo >>. << Ora la cosa comincia a farsi interessante >> ribattei. Dopo un’ora, per decidere che cosa avremmo portato, andammo in un locale, e terminammo la serata a casa sua. Lo so, ci siamo comportati da incoscienti, sua moglie poteva tornare da un momento all’altro e sorprenderci, ma che ci vuoi fare, amo le emozioni forti. E lui mi aveva assicurato che la moglie si trovava a Strasburgo dai parenti, quindi potevo fermarmi quanto volevo. La mattina sono tornata a casa per preparare la valigia e poi siamo partiti. Basilea è una città meravigliosa, dovresti vederla. In ogni caso dopo aver posato i bagagli andammo a sentire questa conferenza. Non puoi immaginare la mia noia: sette relatori ottantenni che sproloquiavano su un essere che non può esistere, almeno credevo. In seguito, più per cercare un diversivo che altro, mi sono recata in biblioteca. L’unica persona che era là era un ragazzo, che mi ha tenuto compagnia, molto simpatico ma convinto anche lui di quelle strane teorie. Si chiama Richard, è inglese e anche lui si trovava a Basilea come assistente di una relatrice, Hanna White, sposata. Quando gli ho detto dei miei rapporti col professor Kaufmann, ha riso e mi ha detto<< Visto? Stessa situazione! >>. Siamo scoppiati a ridere, poi sono dovuta uscire perchè la conferenza era terminata. Ho rintracciato il professor Kaufmann e poi ci siamo diretti al nostro hotel perchè si stava facendo tardi. Mentre cenavamo al ristorante cinese dell’albergo Thomas mi ha detto: << So bene che sei una scettica, ma voglio andare a cercare qualcosa nelle fogne di Basilea, domani mattina, mi vorresti accompagnare, tesoro? >>.
Quando mi chiamava tesoro non riuscivo mai a dargli torto. Così gli dissi di che accettavo, convinta che fossero tutte favole, o al massimo leggende urbane.
Il giorno dopo con degli apparecchi da minatore c’incamminammo, l’Università ci aveva permesso di condurre degli scavi “ Che spreco di soldi ” pensai, mentre scendevamo.
Dopo circa sei minuti che procedevamo con una torcia ciascuno incappammo in un bivio, così Thomas mi propose di lanciare una moneta e di vedere che cosa usciva; testa lui andava a destra, croce io andavo a destra. Uscii testa, così dopo essermi “ congedata” con un bacio, presi l’imboccatura a sinistra. Mentre camminavo non riuscivo a smettere di pensare a Thomas, giurava di amarmi, ma allo stesso tempo lo diceva anche alla moglie; e al ragazzo che avevo conosciuto il giorno prima in biblioteca. Mi aveva detto di chiamarsi Richard Cross, << Molto britannico >> avevo commentato, quando si era presentato, ma non riuscivo a nascondere che il ragazzo m’intrigava, ma anche lui aveva una relazione con un’altra persona: la professoressa Hanna White, sposata da dieci anni con un dirigente d’azienda considerato da tutti i professori presenti ieri come il marito più tradito. Infatti, Richard mi aveva confidato che lui non era il primo amante della signora.
Dopo circa mezz’ora di questi ragionamenti mi ritrovai in un vicolo cieco. Dopo aver imprecato per almeno cinque minuti, mi sono decisa a tornare sui miei passi.
Avevo da poco iniziato a salire, quando vidi Thomas che correva, sembrava che fuggisse da un’apparizione infernale. Mi disse di muovermi e così salii. Quando uscii non io ne resi conto, ma Thomas zoppicava, e dopo cinque minuti crollò a terra. Mi spaventai moltissimo e chiamai un’ambulanza. Il giorno dopo mi raccontò tutto. Ecco qui la trascrizione.
Devi sapere che avevo torto, il Re dei Topi esiste, ma a Basilea è accaduto qualcosa di strano, sembra che più di una nidiata si sia trovata in isolamento, quindi alla fine era stato naturale che si creasse un Re dei Topi: purtroppo c’è stato un piccolo problema: il re ha cominciato ad avere un’insolita dieta: mangiava i suoi compagni.  Così per un po’ i suoi simili si allontanavano da lui, finché non moriva di fame. Allora tornavano, ma dopo un po’ la storia si ripeteva, secondo Thomas, già da alcuni anni. Ad un certo punto la nidiata, almeno secondo Thomas, ha iniziato a divorare qualsiasi cosa gli capitava a tiro, per questo lo hanno attaccato. Infatti quando ha individuato il loro nascondiglio, mi ha assicurato che per tre secondi è rimasto paralizzato dalla sorpresa e dalla paura. Dopo un po’ si è ripreso e ha cercato di scappare, ma uno dei topi lo ha morso alla caviglia, così ha impiegato più tempo per tornare indietro.
Mi disse all’ospedale queste cose e ti devo confessare che ne rimasi disgustata, ho una gran paura dei topi, come sai.
Mentre lasciavo la sua stanza vidi venirmi incontro Richard e la professoressa White, dovevano essere stati avvisati dall’Università. Mentre la professoressa entrava a vedere come stava Thomas, Richard si trattenne vicino a me. Mi confidò che lui e la professoressa si erano lasciati, ma che continuava ad essere il suo assistente. << Sono contenta per te, ma a me cosa importa?>>, gli dissi. Mi rispose che lo aveva fatto per me perchè si era innamorato di me, e non poteva più continuare a stare con una persona nei cui confronti nutriva soltanto della stima.
<< Bene, ma... che risalta in mente? Se dipendesse solo da me ti assicurerei che anch’io provo qualcosa per te, ma è complicato, c’è Thomas, io non so più quello che voglio, Rick >>. Mi sembrava di essere stata chiara, ma Richard mi disse ciò che non mi sarei mai aspettata: << Non avrai mica pensato che gli avresti fatto da infermiera, vero? Ha chiamato la moglie, arriverà domani? Davvero non capisco come tu possa permettergli di trattarti così, una volta capisco, ma mi hai assicurato che sono tre mesi, stai sempre chiusa in casa sperando che richiami mentre lui sta con la moglie. E non provare a dirmi che è stata la stessa cosa anche per me, perchè almeno io ho avuto il coraggio di dire basta e di lasciare Hanna >>. Devo confidarti che il suo discorso fece effetto, infatti, il giorno dopo mandai un SMS a Thomas in cui gli dicevo che preferivo tornare a Monaco quella mattina stessa, non volevo incontrare sua moglie.
In ogni caso, sono tornata Monaco già da tre giorni e ieri sono stata raggiunta da Richard che mi ha assicurato che si trovava in Germania solo per turismo, ma non lo so, però ha accettato di accompagnarmi al concerto.
In ogni caso allego qui una foto del Re dei Topi, io ne sono rimasta shokkata e spero che questa serva a rendere più credibile la mia storia, e Thomas quando mi ha salutata mi ha detto di stare attente, perchè non era sicuro di aver richiuso l’ingresso al sordido ed orribile regno del Re dei Topi.

lunedì 6 dicembre 2010

Contes forum

Avviso che dal 18/12 al 1/12 il forum " HistoriTestisTemporum ", di cui sono co-amministratrice, partecipa al contest " UP Contest di Natale, le informazioni all'interno

sabato 4 dicembre 2010

Islanda

Autore: Diana924 ( ovvero io su EFP)
Titolo: Islanda
Personaggio:OC di mia crezione
Genere: Horro, Mistero, Sentimentale
Rating: Giallo, PG
Avvertimenti: One Shot

Introduzione: Una gita per studio si trasformerà in un incubo,alla ricerca di qualcosa che non dovrebbe esistere...

Scrissi questa storia 2 anni fa. E' una semplice Shot senza pretese. Non richiede nessuna preparazione psicologicao affini. E' postata anche su EFP al seguente indirizzo: Islanda. In ogni caso la posto anche qui. SU EFP ha ottenuto 130 visualizzazioni, 2 recensioni, inserita 1 volta tra le preferite e 1 fra le ricordate.
Buona lettura:

Reykjavik, 19 novembre 20..
Cara Freya,                                                                                                                                
ho bisogno di confidarmi con qualcuno, quindi ti scrivo queste righe. Penserai che sia pazza, ma tutto quello che sto per raccontarti è vero.
Come già sapevi io, Erik e Hans avevamo intenzione di fare una gita in Islanda per aiutare Erik, che doveva terminare la sua tesi per il dottorato in archeologia. Siamo partiti due settimane fa, io con una copia dell’Edda, che come sai sarà la mia tesi, se tornerò; Hans con un quaderno che voleva usare come diario di bordo, ed Erik con il suo inseparabile portatile.
Siamo arrivati a Reykjavik, mentre infuriava una tempesta di neve e con un taxi siamo arrivati al nostro hotel. Mentre sistemavo i miei vestiti ho sentito Hans urlare: << L’ho trovata! L’ho trovata! >>. Spaventata mi sono precipitata nella sua stanza e per poco non mi sono scontrata con Erik, ancora più preoccupato. << Che cosa hai trovato Hans? Per … vuoi piantarla? >> ha detto Erik con la sua solita mancanza di tatto. << La caverna di Loki, dopo tanti tentativi l’ho trovata! >>.
Come forse ricorderai Hans adorava i nostri antichi miti, così era al settimo cielo all’idea di trovare la mitica caverna dove il Trickster fu incatenato dagli Asi per i suoi crimini. C’era solo un piccolo problema: la  caverna non esiste, almeno così pensavo.
<< Scusa Astrid, per aver preso di nascosto la tua copia dell’Edda e di averci preso degli appunti, ok As? >> mi chiese, e mi ricordò tanto quando eravamo piccoli e lui mi faceva un dispetto, per poi chiedermi scusa con quegli occhioni da cucciolo bastonato.<< Ma che cosa dico al rettore Andersson? Che Hans Jormsson ha rovinato una copia dell’Edda per cercare qualcosa che non esiste? E per di più apparteneva all’università da otto secoli!!! >>. Urlai, erano passati i giorni in cui i suoi occhi m’impietosivano. << Calmatevi tutti e due. Uno: As, calmati; due. Hans,... ma sei scemo?? Hai rovinato un libro ultracentenario; tre: As, c’inventeremo qualcosa, quattro: quando l’hai preso Hans? >>.
Devo ammettere che il tono inquisitorio d’Erik ebbe il beneficio di calmarmi, ma allora fui assalita da un dubbio: << Quando hai fatto i riscontri Hans? >>. << La sera che in facoltà c’è stata quella festa di Halloween, quella in cui abbiamo recuperato Erik nudo, ubriaco fradicio nella ghiacciaia. Voi folleggiavate e io in biblioteca facevo i riscontri. Se ho fatto bene i calcoli gli dei d’Asgard rinchiusero Loki, dio del fuoco e dell’inganno in una caverna vicino Olafsvik >>. << Ma come ci arriviamo? >> chiesi, << Semplice, ho noleggiato una barca a motore, tramite Internet mentre eravamo a Copenaghen >>, rispose.
Così il giorno dopo ci preparammo per la loro ultima spedizione. Ricordo, Cara Freya, che era una bellissima mattina e allego la foto di noi tre, eravamo così felici.
Siamo arrivati a destinazione verso mezzogiorno, e dopo aver mangiato dei panini ci siamo messi in marcia. Era una giornata “ particolare ” almeno secondo la barista che ci aveva venduto i panini: ovvero con poche nuvole e una temperatura polare!!!
Ricordo che appena finimmo di mangiare Erik ci assicurò che aveva sentito qualcosa, un urlo o- come disse lui- un’improvvisa folata di vento. << Non è niente, te la sarai sognata >>, gli dissi, ma lui insistette e Hans propose di risolvere la questione nel solito modo, testa o croce. Come  sai scelsi testa, vinse Erik. Forte di aver passato l’estate in Germania Hans apriva la fila con passo veloce, seguiva Erik con il suo solito fare strafottente, io per ultima con le provviste. << Andiamo fuori strada, controlliamo cos’è e poi proseguiamo; fra me e la gloria ci sono solo pochi passi >>. Così sproloquiava Hans, con un tono sempre più irritato nei confronti di Erik.
<< Hans, Hans, l’ho sentito anch’io, fermati, fermati >> gli urlai perché ormai ci aveva distanziati di molto. << E va bene, andiamo a vedere che cos’è >> acconsentì Hans. Volesse il cielo che non l’avesse mai detto. La caverna in cui entrammo era strana; ricordo ancora quello che mi sussurrò Erik: << Sembra che qualcuno l’abbia scolpita >>. Dopo pochi passi risentimmo quel suono, ora eravamo certi che fosse un urlo umano. Dopo vedemmo: era del tutto identico a quello che era scritto nei libri e che ci viene tramandato dalle antiche leggende. Freya, se ci penso rabbrividisco ancora. Era l’antico Dio Loki, ormai ne sono sicura, incatenato ad una roccia, mentre un serpente gigantesco faceva il suo orribile veleno su di lui.
Ci fermammo per circa cinque minuti, spaventati, ma al tempo stesso stranamente eccitati: Hans, come al suo solito scattò delle foto, poi ci dileguammo, con rapidità. Almeno così ci sembrò. Infatti, dopo un po’ mi parve di sentire una voce nella mia testa, era una voce autoritaria e solenne. Non ricordo che cosa ci disse, ma ripensandoci mi tornò in mente il messaggio: avevamo visto qualcosa che non era fatto per occhi umani e che saremmo stati puniti. Ricordo ancora la paura che provai, cara Freya, quando compresi che le parole mi nascevano in mente e che arrivavano anche alle menti di Hans e di Erik.

Scusa se ti scrivo più tardi, ma dovevo fare degli accertamenti; odio quest’ospedale!
Mi riesce sempre più difficile ricordare quello che ci è accaduto. Ricordo che letteralmente schizzammo fuori da quella caverna infernale e corremmo con tutto il fiato che avevamo in corpo verso la barca. Vi erano tre sentieri che portavano alla spiaggia e si stava facendo sera. << Il primo che arriva, aspetta dieci minuti gli altri, se non arriva nessuno, parte >> Ci spiegò Hans. Fu l’ultima volta che lo vidi. Mi ricordo ancora le sue ultime parole: << Ragazzi, mi dispiace tanto, potrete mai perdonarmi? >>.
Mi parve di udire la voce di Erik che gli rispondeva urlando: << Ne parliamo dopo, mooolto dooopo!!! >>.
Poi iniziai a correre, ero a circa metà strada quando mi parve di sentire dei corvi. Per tre secondi pensai a cosa potevo fare: se correre a vedere cos’era accaduto o approfittare del vantaggio e correre più veloce. Vigliaccamente scelsi la seconda. Se non fosse stato così, oggi non sarei qui a scriverti.
Così mi rimisi a correre. Oltrepassata una curva, vidi Erik che fissava nervosamente l’orologio. Mi sbracciai e gli urlai di aspettarmi, poi salii a bordo.
Non ricordo nulla del viaggio, tranne una cosa. A circa tre quarti del percorso Erik mi sussurrò: << Potremmo morire da un momento all’altro, ecco una cosa che volevo fare da dieci anni >>. Poi mi prese il viso tra le mani e mi baciò a lungo sulla bocca. << Pensiamo ad arrivare a Reykjavik, poi parleremo e decideremo il da farsi >> gli risposi, ma il suo bacio mi aveva fatto molto piacere. Poi mi appisolai.
Quando mi risvegliai, vidi tante persone che mi si affannavano intorno. Parlavano islandese, così non capì nulla.
Il giorno dopo un’infermiera che parlava inglese mi dichiarò che avevo una commozione cerebrale, per fortuna non grave, e tre costole incrinate. Provai a chiedere di Erik, ma sentii talmente tanto dolore che ammutolii. << Il signor Andersen è in una stanza vicino la vostra, ma le sue condizioni sono peggiori. Il signor Andersen ha riportato una grave lesione alla spina dorsale, mi dispiace >>. Pensai subito ad Erik, lui aveva vinto per tre volte la gara di Triathlon che organizzava l’Università, mentre io facevo il tifo ed Hans ansimava e boccheggiava.
Ma oltre alla pietà per lui, nella mia mente avvertivo qualcos’altro: euforia, perchè eravamo sopravvissuti, e il desiderio di vedere Erik.
Tre giorni dopo con un bustino rigido, andai a trovare Erik; lui a letto aveva il suo portatile, e come al solito quando non sapeva che cosa fare giocava a scacchi contro il computer, e come il solito stava perdendo.
<< Ciao As, chiudi la porta, quello di cui parleremo è top-secret >>. Feci come mi chiedeva. In seguito, Freya, parlammo di tutto: di come l’islandese fosse difficile, di te, di noi, della nostra gita e soprattutto di Hans.
Mi riferì che due giorni prima ad Olafsvik avevano trovato un cadavere, senza documenti; << Ma lui li aveva >>, lo interruppi; e per di più con il viso completamente sfigurato; << I corvi  >> mormorai. Solo grazie al suo diario si era compreso che si trattava del povero Hans. Per due interminabili secondi ammutolii: << Bisogna che avvisi Freya, è sua sorella e deve sapere, tutto >> mi disse Erik. Fui d’accordo con lui. Ieri abbiamo lasciato l’ospedale, io con il bustino ed Erik con la sedia a rotelle. Ora ti scrivo vicino ad Erik che sta giocando di nuovo a scacchi, strano ma vero sta vincendo.
Siamo molto preoccupati per il nostro futuro; da quella sera non ci siamo più baciati. D’altra parte ci riteniamo molto fortunati rispetto a quello che è capitato al povero Hans. Domani andremo all’obitorio per il riconoscimento ufficiale della salma.
Ti auguro ogni bene Freya.
La tua cara
Astrid
P.S. Erik ha quasi finito il motivo per cui eravamo venuti in Islanda, in altre parole la sua tesi.